LA SCUOLA E I SERVIZI EDUCATIVI PER LA PRIMA INFANZIA SONO ALTRETTANTO CRUCIALI DELLE ATTIVITÀ PRODUTTIVE PER LA RIPRESA E IL FUTURO DEL PAESE

Comunicato del 30 aprile 2020

È importante ricordarci in questo momento complesso che il sistema educativo italiano risponde innanzitutto ai diritti costituzionali dei bambini e ragazzi a ricevere un’istruzione e ad avere accesso a risorse adeguate al fine di assicurare il pieno sviluppo delle proprie capacità fin dai primi anni di vita e di contrastare le disuguaglianze di partenza. Esso è anche importante e fondamentale per aiutare a risolvere i problemi di conciliazione famiglia-lavoro per i genitori.

Come ha riconosciuto anche il Presidente della Repubblica, la chiusura delle scuole (inclusi nidi e scuole dell’infanzia) è una ferita per tutti, ma soprattutto per i bambini e ragazzi.

Il tema è stato sottolineato anche da vari organismi internazionali, che stanno sollevando serie preoccupazioni circa le conseguenze sui bambini e ragazzi dell’isolamento sociale e della chiusura degli spazi educativi, preoccupazioni che sono state espresse anche in Italia da un folto numero di pediatri e neuropsichiatri infantili. Tra queste preoccupazioni vi è anche quella dell’ulteriore aumento della già elevata incidenza della povertà di bambini e ragazzi, con un peggioramento anche della povertà educativa.

In questo contesto, è certamente cruciale che il reddito delle famiglie sia sostenuto e che i genitori siano messi in condizione di poter lavorare. Appare tuttavia altrettanto necessario portare al centro del dibattito il ruolo del sistema educativo e dell’istruzione, sia per assicurare una crescita adeguata ai bambini e ai ragazzi che per sostenere i genitori lavoratori.

In questa prospettiva, condividiamo l’importanza di rafforzare nell’immediato gli interventi di conciliazione in atto (congedo parentale straordinario, lavoro a distanza laddove possibile, voucher babysitter). Segnaliamo tuttavia che essi coprono solo in maniera limitata il bisogno dei lavoratori/lavoratrici che vi hanno accesso. Sono, inoltre, difficilmente fruibili di principio o di fatto dalla maggior parte delle lavoratrici/lavoratori autonome. In ogni caso, non affrontano e tanto meno mettono al centro i bisogni educativi di bambini e ragazzi.

Nel procedere nella fase 2 (e 3) dell’emergenza COVID 19, con la progressiva riapertura delle attività produttive occorre, quindi, affrontare contestualmente;

  • i bisogni educativi e di socialità dei bambini e ragazzi;
  • i problemi di conciliazione famiglia-lavoro per i genitori di figli minori, in particolare sotto i 14 anni;
  • il rischio di impoverimento dell’offerta di servizi educativi per la prima infanzia.

I bisogni educativi: la fase 2 e 3 dei servizi educativi per l’infanzia, delle scuole e dei servizi socio-educativi

La riapertura dei servizi educativi per l’infanzia, delle scuole e dei servizi socio-educativi in condizioni di sicurezza sanitaria pone senza dubbio complessi problemi organizzativi, di utilizzo dello spazio e di personale, così come di attività effettuabili. Non si capisce tuttavia perché la loro soluzione venga rimandata in toto a settembre e, per la prima infanzia anche oltre, invece di cominciare ad affrontarla già da ora, come avviene per altri settori e in altri paesi, definendo un Protocollo di salute e sicurezza nazionale specifico per questi comparti attraverso una cabina di regia che coinvolga Istituzioni e parti sociali, e cogliendo l’emergenza sanitaria come uno stimolo per ripensare organizzazioni spaziali e modalità didattiche.

Tutti noi siamo preoccupati di evitare una ripresa della epidemia. Riteniamo, tuttavia, che talune preoccupazioni che spingono a ritardare l’apertura dei servizi per l’infanzia e le scuole, a differenza di quanto avviene in altri paesi dove addirittura si sta ripartendo proprio dai più piccoli:

  1. non tengano in conto i rischi per la salute fisica e psichica di bambini e ragazzi derivanti dalla perdurante assenza di apporti educativi e supporti psicosociali (questi ampiamente documentati sia a livello internazionale che italiano), e questo in particolare per bambini e ragazzi già in condizioni di vulnerabilità biologica e/o sociale;
  2. non tengano in conto che la chiusura di servizi educativi, scuole e servizi socio-educativi non preserva affatto da occasioni di contagio, visto che le famiglie, soprattutto ora che le attività lavorative riprendono, dovranno comunque trovare soluzioni per i loro bambini e quindi si attiveranno forme di socializzazione, con parenti, amici e conoscenti, mettendo i bambini e ragazzi assieme, che lasciano intatti se non aumentano i rischi di contagio, senza peraltro fornire nessun apporto educativo;
  3. non considerino le alternative costituite da forme nuove, per spazi e tempistica e controllate (testing di insegnanti ed educatori, anamnesi familiare per i bambini, sanificazione ambienti, ecc.) di ‘fare scuola’. Le valutazioni del rischio appaiono invece legate a una concezione della scuola organizzata per grandi gruppi in spazi ristretti, che andrebbe superata e che già non è operante nei nidi, ove il rapporto bambini-educatori è di 5 a 1 per i più piccoli, per salire a 8 per i più grandi. Ridurre i gruppi consentirebbe di monitorare meglio sia i bambini, sia i genitori. Dalla scuola primaria in su, il solo ridimensionamento della numerosità delle classi e il conseguente e necessario potenziamento degli organici consentirebbero anche quel distanziamento fisico impossibile da ottenere dai più piccoli.

Ciò che è urgente fare nelle prossime settimane

  1. Nell’ottica di un rafforzamento delle opportunità educative e di socializzazione per bambini e ragazzi già durante l’estate, è necessaria una riprogettazione dei servizi comunali a gestione diretta o indiretta (tramite appalti, e/o convenzioni), che coinvolga tutti i principali soggetti presenti in ogni territorio (enti locali, scuole, servizi sanitari, sindacati, Terzo settore). Tutte le energie disponibili sul territorio vanno convogliate nella direzione di una risposta quanto più possibile coordinata al fine di promuovere opportunità educative e di socializzazione diffuse e di prossimità (per evitare spostamenti) sul territorio, in micro-gruppi, svolti all’aperto o in spazi chiusi che consentano il rispetto dei requisiti di distanziamento fisico, con chiari protocolli sanitari.
  2. Per i bambini e ragazzi della scuola dell’obbligo e superiore occorre fare una ricognizione di coloro che non sono stati ancora raggiunti dalla didattica a distanza, per mancanza di accesso agli strumenti telematici o per abbandono, in modo da canalizzare le risorse messe a disposizione a questo fine dal governo e mettere a punto iniziative specifiche di sostegno e recupero durante l’estate.
  3. Per i bambini e ragazzi con disabilità o in condizione di grave disagio familiare riprendere e rafforzare, pur con i requisiti richiesti dalla nuova situazione, le iniziative a loro sostegno sospese o fortemente ridotte durante la Fase 1.

Tali azioni a nostro avviso dovrebbero partire da una mappatura, territorio per territorio:

  • degli spazi aperti e apribili a bambini e ragazzi, privilegiando quelli verdi e attrezzati e le sedi scolastiche, che potrebbero essere utilizzate per la fornitura di servizi;
  • dei soggetti che operano in ambito educativo, culturale, ricreativo e sportivo, al fine di valutare il coinvolgimento di tutti gli attori disponibili in un piano inclusivo di servizi che valorizzi le risorse, le esperienze e le professionalità già presenti sul territorio, utilizzando anche i giovani già selezionati per il servizio civile.

Ci sembra questa la linea su cui sta muovendosi l’ANCI nell’interlocuzione con la Ministra della famiglia. Se il coinvolgimento dei Comuni, Province (per l’edilizia scolastica) e Regioni è indispensabile nella progettazione della fase 2 (e 3), occorre tuttavia formulare chiare linee guida nazionali per evitare che ciascun Comune o Regione si muova totalmente per conto suo, o non faccia nulla, lasciando le famiglie e i bambini e ragazzi esclusivamente alle proprie risorse, accentuando le disuguaglianze, oltre che possibili rischi di iniziative fuori controllo dal punto di vista sanitario, oltre che educativo.

La disponibilità a discuterne mostrata dal Presidente del Consiglio negli ultimi giorni è un segnale positivo, ma deve diventare impegno concreto perché le famiglie già vivono in condizione di grande incertezza e hanno bisogno di risposte.

Nel medio-lungo periodo

Contestualmente, senza aumentare la numerosità delle commissioni operanti nell’ambito della risposta pubblica alla pandemia, ma per focalizzarne meglio le competenze in un quadro integrato, è necessario che ai tavoli e alle commissioni che stanno lavorando alle condizioni necessarie per la riapertura dei servizi per la prima infanzia e delle scuole partecipino maggiormente i soggetti che in questi servizi operano e di questi servizi sono responsabili: ANCI, Conferenza Stato-Regioni, insegnanti, educatori, sindacati, enti del Terzo settore e dell’associazionismo civico.

Ciò consentirà di affrontare in modo integrato i problemi della sicurezza sanitaria, dell’organizzazione spaziale e temporale, della qualità e forma della didattica, per i vari ordini di scuola e servizi educativi.

La questione della conciliazione

Accanto a una progressiva riapertura dei servizi e della scuola, per favorire la conciliazione ci sembrano necessari i seguenti strumenti:

  • utilizzo del lavoro a distanza ovunque sia possibile, ma con possibilità di negoziare gli orari (inclusa la possibilità di fruire di part time) e con equilibrio tra donne e uomini e lungo la filiera gerarchica, auspicabilmente regolato attraverso percorsi partecipati dalle rappresentanze dei lavoratori. Nel rispetto delle tutele previste dalla legge e della contrattazione, la priorità dovrebbe essere data ai genitori con figli minori di 14 anni;
  • previsione della facoltà di andare in part time lungo straordinario, se espressamente richiesto da genitori con figli minori di 14 anni, assicurando il pieno diritto alla reversibilità su richiesta del lavoratore e della lavoratrice, sia per i padri sia per le madri (anche per favorire l’alternanza tra i due);
  • prolungamento del congedo genitoriale straordinario, con la possibilità di fruirne part time (analogamente al congedo ordinario), con una maggiore copertura contributiva e con un premio di giorni aggiuntivi se condiviso a turno da entrambi i genitori.

Va considerato che tutti questi strumenti: a) hanno dei costi economici per i lavoratori e le lavoratrici, b) non possono essere adottati con la stessa facilità in tutte le aziende, c) non sono sempre fruibili da parte di tutte le categorie di lavoratori, in particolare autonomi, liberi professionisti, lavoratori dello spettacolo, colf e badanti; d) presentano elevati rischi di svantaggiare ulteriormente le madri sul mercato del lavoro.

Segnaliamo, inoltre, come anche il lavoro a distanza, seppur uno strumento da valorizzare in futuro, rappresenti nelle circostanze attuali – se non combinato con un adeguato set di congedi e permessi e in assenza di servizi educativi e scuola – una soluzione solo parzialmente adeguata, sovrapponendosi alla presenza dei figli 24 ore su 24 e ai compiti aggiuntivi di home schooling, di fatto prodotti dalla didattica a distanza, specie per i più piccoli. Il tutto, spesso, in condizioni di affollamento abitativo e mancanza di strumenti e competenze tecnologiche adeguate.

Rischi di chiusura dei servizi e di perdita di lavoro del personale

Segnaliamo, infine, che la prolungata chiusura dei nidi, delle scuole e dei servizi integrativi per l’infanzia, nonché dei servizi socio-educativi per la prima infanzia, costituisce un rischio, già in atto, per la stessa esistenza di questi servizi e l’occupazione di chi vi lavora. Vi è già una situazione di forte sofferenza soprattutto nei servizi privati, che costituiscono quasi la metà dei, già scarsi, nidi di infanzia, ma anche in quelli pubblici e nelle scuole dell’infanzia, così come tra gli educatori che lavorano con le scuole con i bambini e ragazzi disabili. Se non si provvede a sostenerli economicamente per affrontare la transizione (inclusi i costi dei necessari adeguamenti strutturali e organizzativi) il rischio è che alla ripresa molti non ci saranno più, accentuando ulteriormente la scarsità di questi servizi che colloca l’Italia tra i paesi europei meno generosi e meno universalistici in questo settore così cruciale per lo sviluppo e le pari opportunità tra bambini.

Il nostro Paese ha già una dotazione relativamente limitata di servizi per la prima infanzia (in particolare per la fascia di età sotto i tre anni): sarebbe tragico se nei prossimi mesi, invece di procedere per un ampliamento di tale rete, così come il governo si era impegnato a fare fino a pochi mesi fa, ci dovessimo ritrovare con un drammatico ridimensionamento della stessa in conseguenza della chiusura di molte esperienze.

foto articolo Secondo Welfare

La popolazione continua a diminuire: quale impatto sul welfare italiano?

I nuovi dati Istat confermano l’andamento demografico negativo del nostro Paese: nel 2019 si è registrato il ‘ricambio naturale’ più basso dal 1918.

di Valentino Santoni

I dati Istat pubblicati nell’ultimo Report sugli indicatori demografici confermano una drammatica tendenza per il nostro Paese: sempre meno nascite. Il che significa una popolazione tendenzialmente in calo e un “peso” sempre più consistente delle fasce più anziane della popolazione. Secondo l’Istituto Nazionale di Statistica il 2019 si è caratterizzato per una riduzione della popolazione residente nel nostro Paese e per il più basso livello di “ricambio naturale” (cioè il rapporto tra i nati e i morti al netto del fenomeno migratorio) registrato nel nostro Paese dal 1918. Lo scorso anno le nascite sono state infatti solo 435mila e i decessi 647mila, il che porta a un saldo naturale di -212mila unità; una tendenza solo parzialmente attenuata dai flussi migratori provenienti dall’estero, che hanno portato a un aumento di 143mila unità (risultato di 307mila iscrizioni all’anagrafe a fronte di 164mila cancellazioni).

Nascono sempre meno bambini

Il tasso di fecondità – cioè la media di figli per donna in età feconda – è rimasto costante con quelli espressi nel 2018: 1,29 figli per donna. Da ormai qualche anno le stime evidenziano però come questo tasso sia sempre più elevato al Nord (dove la media è pari a 1,36 figli per ogni donna), rispetto al Mezzogiorno (1,26) e al Centro (1,25). I dati dicono che, in particolare, ai vertici della classifica si trovano la Provincia di Bolzano (con 1,69 figli per donna) e quella di Trento (1,43) a cui seguono Lombardia (1,36), Emilia-Romagna (1,35) e Veneto (1,32). Un dato che negli ultimi 25 anni si è totalmente ribaltato. Nel 1995, anno in cui è registrato il tasso di fecondità più basso nella storia del Paese (1,19), nel Mezzogiorno si registravano tassi molto più alti (1,41) rispetto a Nord (1,05) e Centro (1,07). Un dato che fa intuire come esista una forte correlazione tra intenzioni riproduttive e opportunità – in primis legate a lavoro e servizi – garantite da un maggior sviluppo economico e sociale, influenzato anche dal tema delle migrazioni interne.

Allo stesso tempo, tende ad aumetare l’età media al momento del parto, che ad oggi supera i 32 anni. Un dato che, come spiega anche Alessandro Rosina nel volume “Il futuro non invecchia”, anche in questo caso è riconducibile a diversi fattori quali la mancanza – spesso cronica – di servizi per la prima infanzia e le condizioni di incertezza generate dalle attuali contingenze economica.

Al contempo, continua a crescere la speranza di vita, seppur meno marcatamente rispetto al passato e con notevoli differenze tra maschi e femmine. L’Istat stima che a livello nazionale la speranza di vita alla nascita di un uomo è pari a 81 anni; per le donne arriva invece a 85,3. Per gli uni come per le altre l’incremento sul 2018 è pari a 0,1, corrispondente a un mese di vita in più. Anche in questo caso la variabile geografica sembra giocare un ruolo decisivo. Nel Nord-Est, ad esempio, la speranza di vita alla nascita si attesta a 81,6 anni per gli uomini e 85,9 per le donne; nel Meridione si vive invece mediamente un anno di meno: la stima è 80,2 anni tra gli uomini e 84,5 tra le donne.

Questi dati si inseriscono in un quadro sociodemografico che ormai da alcuni anni appare sempre più chiaro: l’età media continua ad aumentare (45,7 anni) perché le persone con più di 65 anni hanno un “peso” sempre maggiore all’interno della società mentre quelle con meno di 18 sono sempre di meno. Le stime sul 2018 dicono che gli over 65 sono il 22,8% della popolazione, mentre i minorenni sono appena il 16,2%. 

Il tema delle migrazioni interne

Una delle dinamiche su cui riflettere è anche il forte gap venutosi a creare tra Nord e Sud anche per quanto riguarda le dinamiche demografiche. Il calo della popolazione si concentra infatti prevalentemente nel Mezzogiorno (-6,3 per mille) e in misura inferiore nel Centro (-2,2 per mille); nel Settentrione invece le tendenze sono ribaltate e si registra un aumento pari a 1,4 per mille.

Il fenomeno è in parte legato ai diversi tassi di natalità delle Regioni, ma è condizionato soprattutto dal fenomeno della migrazione interna, cioè dall’aumento degli spostamenti dal Centro e dal Sud verso le regioni del Nord. Lo sviluppo demografico più importante si è registrato nelle Province autonome di Bolzano e Trento, con tassi di variazione rispettivamente pari a +5 e +3,6 per mille; rilevante in tal senso è anche l’incremento osservato in Lombardia (+3,4 per mille) ed Emilia-Romagna (+2,8). La Toscana, pur con un tasso di variazione negativo (-0,5 per mille), è la regione del Centro che contiene maggiormente la flessione demografica. Totalmente contrapposte sono le condizioni delle regioni del Sud: le situazioni più critiche sono quelle di Molise e Basilicata che, nel corso dell’ultimo anno, hanno visto la propria popolazione ridursi quasi dell’1%.

Anche in questo caso i temi del lavoro, dei servizi e, in generale, della miglior qualità di vita offerta dalle regioni settentrionali appaiono fortemente correlati al fenomeno.

Quali conseguenze per il nostro sistema di welfare

Come spesso abbiamo sottolineato questo andamento demograficova inevitabilemente a incidere sulla sostenibilità presente – e soprattutto futura – del welfare state.

Per citare brevememente alcuni esempi concreti: nel campo delle pensioni, in assenza di ricambio generazionale, si sta progressivamente modificando il rapporto tra pensionati e popolazione attiva, ovvero quella fascia di persone che contribuiscono maggiormente alla crescita del PIL e che, tramite fiscalità generale e contributi, finanziano il sistema previdenziale che già ora appare sempre meno sostenibile. Nel campo della sanità crescono le persone affette da patologie (spesso croniche) legate all’età anziana: un elemento che inevitabilmente sta portando all’aumento dei costi a carico del Sistema Sanitario Nazionale. Accanto ai bisogni sanitari aumentano infine anche le necessità di cura e assistenza di lungo periodo (la cosiddetta Long Term Care, di cui ci occupiamo attraverso il focus InnovaCAre).

E la situazione non è destinata a migliorare. Le stime ci dicono che, in base alle tendenze attuali, la popolazione con più di 65 anni nel 2060 rapresenterà il 30% della società italiana (oggi è il 22,3%), mentre gli over 80 arriveranno al 13% (il doppio rispetto al 6,5% odierno). 

Da dove partire per evitare il peggio? 

Come affrontare questa situazione? Come ha evidenziato pochi mesi fa Maurizio Ferrera, appare più che mai urgente promuovere una vera e propria trasformazione dell’attuale sistema di sostegno alla famiglia, ancora basato su un sistema di bonus e trasferimenti monetari. Ferrera sostiene che per “invertire la rotta” è essenziale promuovere servizi tout court, sia per la genitorialità – in primis asili – sia per l’assistenza agli anziani; inoltre, in prospettiva sarà cruciale anche sostenere maggiormente politiche legate alla conciliazione vita-lavoro, alla flessibilità dei tempi e di secondo welfare, come il welfare aziendale e la previdenza complementare.

In questa direzione, negli ultimi mesi si è tornati a parlare della possibilità di introdurre un Assegno Unico per la famiglia, un intervento che punta a accorpare le risorse che attualmente sono distribuite in forma di bonus e agevolazioni (tra cui le detrazioni fiscali per i figli minori a carico e gli assegni per il nucleo familiare) con l’obiettivo di semplificare il meccanismo e ottimizzare le risorse economiche esistenti.

Anche al fine di incentivare queste iniziative, che necessitano anzitutto di una forte volontà politica, poche settimane fa è nata l’Alleanza per l’Infanzia.Si tratta di un network promosso da diversi soggetti – appartenenti al mondo dell’associazionismo, alla società civile e al mondo della ricerca – che, avendo a cuore il futuro di bambini e adolescenti, condividiono la responsabilità e l’urgenza sia di sensibilizzare e fare pressione perché siano attuate riforme e iniziative necessarie a invertire il trend demografico, ma anche sollecitare e sostenere le imprese e le comunità locali perché costruiscano ambienti più favorevoli ai bambini/e, ai ragazzi/e e ai loro genitori.

Articolo pubblicato lunedì 17 febbraio 2020 su Secondo Welfare

La popolazione continua a diminuire: quale impatto sul welfare italiano?

IMG ISTAT

Culle vuote: i dati che ne spiegano le cause

La popolazione italiana continua a diminuire. Tra le ragioni del fenomeno, ci sono le difficoltà delle giovani donne sul mercato del lavoro e la mancanza di adeguati servizi per l’infanzia. Fa bene dunque il governo a pensare a una soluzione complessiva.


I numeri della denatalità

La popolazione residente in Italia continua a diminuire – meno 116 mila persone su base annua a gennaio – con un progressivo ampliamento del saldo negativo tra nascite e decessi. Nel 2019 sono nati 67 bambini ogni 100 persone decedute. Solo dieci anni fa, il rapporto era quasi alla pari, 97 a 100. Segnala l’Istat che se il saldo migratorio non fosse ancora positivo, anche se in misura decrescente, il ricambio della popolazione apparirebbe compromesso.

La bassa e ancora declinante natalità è innanzitutto la conseguenza del forte assottigliamento delle coorti in età potenzialmente fertile, contro un innalzamento delle speranze di vita che ingrossa le file delle coorti più vecchie. A questo vincolo puramente demografico si deve aggiungere, tuttavia, il perdurare di un tasso di fecondità che, con 1, 26 figli per donna, si avvicina al livello finora più basso, toccato nel 1995 (1,2).

Le difficoltà delle donne

La piccola ripresa della fecondità che aveva segnato gli anni a cavallo del nuovo millennio, infatti, è stata fermata dalla crisi iniziata nel 2008, che ha colpito particolarmente le generazioni più giovani, in difficoltà nel formare una famiglia, stante quelle che incontrano a entrare nel mercato del lavoro e ad assicurarsi redditi decenti e ragionevolmente sicuri.
Difficoltà che accomunano uomini e donne, ma che per queste ultime presentano il rischio aggiuntivo degli effetti di una possibile maternità, quali il mancato rinnovo di un contratto di lavoro a termine per le lavoratrici dipendenti, o l’essere considerata lavoratrice “a rischio” da un potenziale datore di lavoro perché madre, o ancora di perdere clienti se lavoratrice autonoma. La diffusione di rapporti di lavoro temporanei e precari, particolarmente concentrati tra i giovani in generale e le giovani donne in particolare, ha inoltre ampliato, anche tra le lavoratrici nella economia cosiddetta formale, il numero di quelle che non hanno accesso all’indennità di maternità, o che vi hanno diritto solo in misura irrisoria.

A questi rischi e difficoltà si aggiunge quella della conciliazione tra maternità e lavoro per il mercato, stante una organizzazione del lavoro non sempre amichevole nei confronti di chi ha la responsabilità di bambini piccoli e la scarsità, oltre che il costo, dei servizi per la prima infanzia. Pur tenendo conto dei nidi convenzionati, di quelli privati e delle sezioni primavera nelle scuole per l’infanzia, il livello di copertura arriva al 25 per cento, con grandi differenze tra regioni e tra Centro-Nord e Mezzogiorno. Secondo i dati dell’Ispettorato del lavoro, oltre il 70 per cento di chi lascia volontariamente il lavoro lo fa a causa della difficoltà a conciliarlo con la maternità. I numeri aiutano anche a capire come mai oggi le donne tra i 35 e i 39 anni facciano più spesso figli di quelle tra i 25 e i 29 anni e le ultra-quarantenni ne facciano come le 20-24enni. Man mano che le donne, e ancor più i loro compagni, si stabilizzano nel mercato del lavoro e migliorano il proprio reddito possono affrontare con maggiore serenità i rischi, e i costi, di un figlio o di un figlio in più.

I dati aiutano anche a capire perché, contrariamente a qualche decennio fa, il tasso di fecondità sia un po’ più alto al Nord (1,36) rispetto al Centro (1,25) e al Mezzogiorno (1,26). In parte contribuisce sicuramente la più forte presenza di stranieri nelle regioni settentrionali, dato che la fecondità tra le straniere, ancorché in calo, è più alta (1,89) che tra le autoctone (1,22). Contribuisce tuttavia anche un contesto economico più favorevole, con tassi di occupazione femminile più elevati e un’offerta di servizi comparativamente più generosa.

Necessità di un “family act”

Di fronte a questa situazione, si deve guardare con favore non tanto alla rituale proclamazione della centralità della famiglia da parte del presidente del Consiglio Giuseppe Conte, quanto alla promessa della ministra Elena Bonetti di definire in tempi brevi un family act (al di là dell’inutile inglesismo) comprensivo, entro cui collocare in modo coordinato la riorganizzazione del sistema frammentato dei sostegni economici legati alla presenza di figli, il rafforzamento del sistema dei congedi di maternità e genitoriali (sperabilmente anche alla luce delle condizioni di lavoro e contrattuali non standard di molte lavoratrici e lavoratori), l’ampliamento dell’offerta di servizi socio-educativi di qualità e accessibili.

Giacciono in parlamento diverse proposte di legge che affrontano l’uno o l’altro di questi temi. Sarà opportuno che i vari proponenti e la ministra cooperino per arrivare a un disegno complessivo comune, anche ascoltando le riflessioni e proposte che provengono da soggetti della società civile che su questi temi lavorano da anni e che a loro volta stanno facendo lo sforzo di coordinarsi e cooperare – si veda ad esempio l’Alleanza per l’infanzia – invece di competere per qualche diritto di primogenitura.


Articolo pubblicato lunedì 17 febbraio 2020 su LAVOCE.INFO:
Culle vuote: i dati che ne spiegano le cause.


Quanti e chi sono gli occupati in famiglia?

di Chiara Saraceno

La piccola ripresa dell’occupazione ha fatto diminuire le famiglie con persone in età da lavoro nelle quali nessuno è occupato, che però rimangono in numero consistente. Chiara Saraceno rileva il peggioramento della situazione nel Mezzogiorno, anche per quanto riguarda le famiglie con più componenti nelle quali uno solo è occupato. Bassa è, inoltre, la quota delle famiglie con due occupati, con grandi differenze a seconda della presenza di figli e della età di questi, con il consueto grave distacco del Mezzogiorno.

L’Indagine sulle Forze di Lavoro è una fonte preziosa per comprendere non solo l’andamento dell’occupazione, della disoccupazione e dell’inattività, ma anche per conoscere la distribuzione di queste condizioni tra le famiglie. L’Istat ha pubblicato alcuni dati sulla situazione occupazionale nelle famiglie che includono almeno un componente tra i 15-64 anni.¹ Non sono di facile lettura, perché manca un quadro completo e i dati vengono forniti per singoli sottocampioni, a volte eterogenei, a volte parzialmente sovrapposti. Sarebbe opportuno, a questo proposito, che l’Istat investisse di più nella chiarezza comunicativa: non per “raccontare storie” e fornire interpretazioni, ma per rendere adeguatamente leggibili i dati che produce.

Un quadro differenziato e problematico

Al di là delle difficoltà di lettura, la situazione che emerge da questi dati presenta più di una problematicità, soprattutto per quanto riguarda i divari non solo tra Centro-Nord e Mezzogiorno, ma anche tra famiglie giovani con figli e senza figli o tra quelle con figli piccoli e quelle con figli più grandi.

Dopo il forte aumento, dovuto alla crisi, che aveva fatto crescere la percentuale di famiglie prive sia di occupati sia di titolari dal 7,2% del 2004 fino all’11,2% del 2013, non vi è stato nessun calo significativo. Anche se l’Istat ottimisticamente legge così l’11% del 2018. Si tratta di oltre un milione di famiglie di due o più persone in cui almeno una ha meno di 65 anni e nessuno è pensionato, ed un altro milione di persone che vivono da sole, di cui solo una piccola percentuale è inattiva e gode di una pensione. Le altre, o sono in cerca di lavoro (la maggioranza), o sono inattive prive di pensione (probabilmente studenti mantenuti fuori casa dai genitori). La vera novità è che, essendosi ridotta la possibilità di andare in pensione prima dei 65 anni, si è ridotta la quota di famiglie con componenti in quella fascia di età in cui c’è almeno una pensione. Erano il 9,9% di tutte le famiglie (inclusi i soli) nel 2008, il 7,3% nel 2018. Contestualmente sono aumentate le famiglie che contengono almeno un disoccupato o una “forza lavoro potenziale”.

L’Italia, inoltre, continua ad essere un paese in cui prevalgono le famiglie monoreddito, anche quando vi sono più persone. Le famiglie con due o più occupati sono ancora la minoranza, il 44,6% delle famiglie con più componenti, in calo rispetto al 2004, quando erano il 45, 6%. È la conseguenza soprattutto del basso tasso di occupazione femminile, ostacolato non solo da una domanda di lavoro insufficiente, ma anche dalle difficoltà che le donne con carichi familiari hanno nel conciliare famiglia e lavoro, specie se hanno più figli, in assenza di servizi adeguati. Le difficoltà aumentano se le donne hanno una bassa qualifica.

Aumenta il ritardo del Mezzogiorno

La percentuale delle famiglie con persone in età da lavoro con due o più occupati è del 29,3% nel Mezzogiorno, a fronte del 54,3% nel Nord e del 48,9% al Centro. Inoltre, mentre in queste aree sono state recuperato le non esaltanti percentuali pre-crisi, nel Mezzogiorno (dove è più alta anche la quota di famiglie in cui nessuno è occupato e nessuno titolare di pensione) queste sono ulteriormente scese di quattro punti. Se si guarda solo allo status occupazionale delle coppie, le differenze sono vistose. La quota di coppie con entrambi i partner occupati si attesta al 55,4% al Nord, al 50,6% nel Centro, mentre nel Mezzogiorno arriva appena al 26,4%.

Infine, mentre nel Nord e Centro la maggioranza delle famiglie con figli ha due o più occupati (rispettivamente il 65,3% e il 59,9%), nel Mezzogiorno queste sono solo poco più di un terzo. Alle maggiori difficoltà che incontrano in quelle regioni le donne con carichi familiari a stare nel mercato del lavoro, si sommano quelle dei giovani.

Differenze tra coppie e tra uomini e donne con responsabilità familiari

Per le coppie senza figli conviventi prevale, anche se non è la maggioranza assoluta (45,9%), il modello in cui entrambi sono occupati a tempo pieno e solo nel 21% dei casi è occupato solo l’uomo. Nel restante numero di casi vi è una variegata combinazione di full time/part time, un 4,8% in cui è occupata solo la donna oltre a un 6,2% in cui nessuno dei due è occupato. Diversa la situazione delle coppie con figli. Un terzo (34,4%) è caratterizzato dal modello male breadwinner/female carer: solo l’uomo è occupato e la donna si occupa del lavoro familiare. Solo nel 28,6% dei casi sono occupati entrambi full time, mentre nel 19,1% lui è full time e lei è part time. C’è anche un 4,8% di casi in cui è solo la donna ad essere occupata, part time o full time (Cfr. fig.1)

Sono soprattutto le coppie più giovani, con figli verosimilmente più piccoli, a mostrare una maggiore asimmetria di genere nell’occupazione, quindi un divario maggiore rispetto a quelle senza figli conviventi, con le consuete differenze tra Centro-Nord e Mezzogiorno. Il divario aumenta all’aumentare del numero dei figli, a prescindere dall’istruzione della madre, passando dal 32,4% nelle coppie con un figlio al 26,2% nelle coppie con due figli o più; anche se le madri con i livelli di istruzione più alti sono quelle che, anche se con figli piccoli, hanno i tassi di occupazione più elevati.

Questi dati confermano quanto sia difficile per le donne conciliare maternità e occupazione in un contesto poco amichevole sia sul versante dell’occupazione sia su quello delle politiche e che non facilita, tantomeno incoraggia, una diversa divisione del lavoro e delle responsabilità tra padri e madri. Se occorre tenersi stretto l’unico reddito che entra in famiglia, non è possibile negoziare troppo su orari e condizioni di lavoro e neppure sulla divisione del lavoro domestico. Se poi si è l’unico genitore presente, che deve tenere insieme bisogni di cura e bisogni di reddito, le cose diventano ancora più difficili.

Famiglie mono-reddito più a rischio di essere famiglie di lavoratori povere

Questi dati aiutano anche a comprendere perché l’Italia sia uno dei paesi UE in cui è forte, ed è aumentata negli anni della crisi, l’incidenza di famiglie che sono povere pur avendo un componente che lavora. La povertà italiana, infatti, non solo è fortemente concentrata nel Mezzogiorno, dove è alta l’incidenza sia delle famiglie senza redditi da lavoro sia di famiglie monoreddito, ma è un fenomeno diffuso anche tra le famiglie di lavoratori. Nel 2017 si trovava in povertà assoluta il 12% circa delle famiglie con persona di riferimento operaio o assimilato, rispetto all’1,6% del 2008. L’aumento è stato notevole anche per le famiglie con persona di riferimento impiegata, che ora toccano il 6,6% rispetto all’1,1% del 2008 e in minor misura per quelle di lavoratori autonomi, passate dal 2,1 % al 4,5%.² Part time involontario, riduzione degli orari di lavoro, contratti a termine, oltre a salari spesso molto bassi, fanno sì che il lavoro non sempre riesca a proteggere dalla povertà, specie se è uno solo in famiglia ad averlo. Eppure queste condizioni sono in aumento, non solo tra i migranti, che costituiscono una grossa fetta di lavoratori, e famiglie, monoreddito poveri.

Note

¹ ISTAT, Famiglie e mercato del lavoro. Anno 2018, Statistiche Report, 6 Giugno 2018

²Istat, online data base


Pubblicato su Neodemos.info il 28 giugno 2019
https://www.neodemos.info/articoli/quanti-e-chi-sono-gli-occupati-in-famiglia/

Genitori 2019

di Giorgio Tamburlini

Siamo giovani o vecchi o bambini, femmine o maschi; possiamo essere italiani o stranieri, e anche cristiani, interisti, marchigiani, pescatori, avvocati, precari, diabetici, musicisti, socialisti, montanari ecc. ecc.
Ognuno di noi è un arlecchino di identità diverse, alcune stabili, altre transitorie. Ognuno di noi assume identità diverse a seconda della lente, o delle lenti, attraverso cui è visto e vede se stesso. È questo uno dei motivi per i quali un’attribuzione identitaria unica e assoluta è totalmente illogica, che sia nostra o di qualcun altro. Non siamo mai una cosa sola, e nemmeno due, o tre. Affermarlo è innanzitutto un falso. Tra le nostre possibili identità ve n’è una particolarmente importante, nel senso che ci condiziona molto nei pensieri e nelle opere, per una buona parte della vita: quella di essere genitori. Una identità che a sua volta può declinarsi in tipologie diverse: genitore riconosciuto, segreto, biologico, adottivo, sopraggiunto… anche queste non necessariamente esclusive l’una dell’altra.
Uno degli aspetti peculiari di questa complessa e articolata identità genitoriale è la sua mutevolezza, sia in ciascuno di noi, nel corso della propria vita, sia in tutti noi umani nel corso delle epoche e attraverso le culture: sono certamente un genitore diverso rispetto a com’ero trent’anni fa, molto diverso da come lo sono stati i miei stessi genitori, e da come lo sono in questo momento altri, quelli che vivono a Nanchino, a Yaoundé o a Buenos Aires. Ma c’è qualcosa di comune, di ragionevolmente stabile negli anni, nei secoli e nelle diverse culture, in questo essere genitori? Non molto, ma qualcosa sì: un istinto di protezione, ma anche un senso di proprietà; una speranza; un amore, un dovere, una gioia, un cruccio…
E, certamente, resta immutato, ma comunque definito dal genere, e dal periodo riproduttivo, qualche marker biologico, neurobiologico, neuroendocrino. Tutto il resto dell’identità genitoriale è mutevole, dipendente da epoche, culture, norme, tradizioni e contesti. In questo nostro tempo di “grande accelerazione” è ancora più mutevole, come sanno gli educatori, i pediatri, gli psicologi, i demografi, i sociologi, gli esperti di marketing e di comunicazione. Cambia la genitorialità in quanto dimensione del singolo, e cambiano, come si sa, le tipologie familiari, i comportamenti riproduttivi, i vincoli giuridici e le norme sociali. Su tutti i diversi aspetti della genitorialità abbiamo a disposizione dati, soprattutto quantitativi, derivanti da rilevazioni statistiche, indagini e ricerche, che riguardano i genitori stessi, o i nuclei familiari di cui fanno parte, e i servizi a loro dedicati. Da questi dati apprendiamo, ad esempio, anche che questa identità genitoriale è, in Italia, in forte contrazione quantitativa. Tra gli italiani, la proporzione degli almeno-una volta-genitori si sta riducendo rapidamente: era il 90%, sta passando, grosso modo, al 75%.
I numeri dicono già molto, ma non spiegano tutto. In questi anni di lavoro con operatori dell’infanzia di varie discipline, e con le stesse famiglie, abbiamo raccolto sui genitori di oggi descrizioni, parole chiave. Eccone alcune, raccolte da Nord a Sud, senza pretesa di completezza o di rappresentatività: solitudine; insicurezza, richiesta di aiuto, spesso implicita; difficoltà a leggere e interpretare le emozioni dei figli; fatica ad adeguarsi alla nuova identità di madri e padri, di operare alcune rinunce rispetto allo stile di vita precedente; mancanza di esperienza dell’essere genitori, anche di quella trasferita dall generazione precedente; scarso supporto familiare; sovraesposizione alle informazioni e difficoltà a discernere; paura, per l’incolumità, soprattutto fisica, dei figli, o senso generico di angoscia, che si trasferiscono in preoccupazioni spesso sproporzionate; iperprotezione unita a delega di responsabilità educative; difficoltà a conciliare rapporti di coppia e carriera professionale, o semplicemente lavoro e genitorialità.
C’è anche dell’altro, naturalmente: molto impegno, molta voglia di accompagnare i bambini nella loro crescita, di esserci, anche da parte dei padri. Quando questo c’è, però, spesso coesiste con qualcuna delle difficoltà descritte. Su questo merita riflettere. Come può essere più difficile fare il genitore oggi, rispetto a qualche decennio fa? Certo, non ci sono più le grandi famiglie con la loro capacità di protezione sociale; l’urbanizzazione e le condizioni di lavoro creano ostacoli logistici importanti, i servizi sono carenti, i redditi a volte insufficienti. Ma ci sono anche meno malattie, meno povertà (nonostante tutto), più servizi (nonostante tutto), più informazioni (molte più informazioni) e, almeno in teoria, più strumenti per comprenderle, rispetto al passato. Eppure, che sia più difficile è un fatto. Ne è testimone il calo delle nascite che, se in buona parte dovuto anche al ridursi progressivo della coorte di giovani in età fertile, è certamente anche dovuto al contrarsi del numero di figli per donna: quelli messi al mondo e, stando alle ultime rilevazioni, anche quelli desiderati. Se non fosse più difficile fare figli perché mai se ne farebbero di meno? Il fatto è che non tutte le difficoltà genitoriali si possono spiegare con le condizioni materiali. E, che derivino da queste ultime o anche da una fatica genitoriale più profonda, abbiamo appreso che possono lasciare segni sui bambini che vengono al mondo. Segni che restano. Un po’ come il clima, la genitorialità è in rapida trasformazione. In tutto il mondo, sia pure con velocità diverse. L’identità genitoriale è scossa, non si basa più su solide certezze, è a rischio. La genitorialità, intesa come insieme di conoscenze, attitudini, competenze e pratica, va protetta, sostenuta. Non si tratta solo di difendere i tassi di fertilità. Dobbiamo persuaderci che quello che “corre” tra genitori e figli ha molto peso, anche su questioni che apparentemente dipendono da altri fattori. Un esempio: pensiamo forse di essere stati e di essere governati da un giallo, da un verde o da un rosso? Non è così. O meglio, è solo in parte così. Siamo governati da qualcuno che è prima di tutto figlio di questo o quel genitore… a sua volta figlio di qualcun altro e della comunità di appartenenza. Ci hanno governato, e ci governano, quei bambini che poi, proprio perché “figli di”, si sono messi la casacca di questo o quel colore, hanno fatto e dicono e fanno questo e quello, in ragione della provenienza sociale delle loro menti e in buona parte delle esperienze fatte fin da piccoli. Una buona parte dei grandi problemi del nostro tempo, da quelli dell’economia a quelli dell’ambiente e dei conflitti, dipende dunque non poco da come i genitori si relazionano ai propri figli, si pensano come madri e padri, e da cosa le comunità intorno a loro hanno fatto e sono capaci di fare, o meno, per loro. Di queste comunità facciamo parte anche noi, operatori dell’infanzia, con un ruolo e una responsabilità aggiuntive. Vogliamo un modo migliore? Diamo una mano ai genitori affinché trovino risorse e sostegno per svolgere al meglio il loro difficile compito.


Pubblicato su:

Medico e Bambino
Ottobre 2019 – Volume XXXVIII – numero 8
Editoriali

[G. Tamburlini Genitori 2019. Medico e Bambino 2019;38(8):483-485 https://www.medicoebambino.com/?id=1908_483.pdf ]