La ministra dell'Istruzione Lucia Azzolina

La ministra della sciatteria

di Chiara Saraceno

Repubblica 24 giugno 2020

Leggi, sempre su Repubblica, anche l’articolo “La scuola ha bisogno di proposte, la ministra Azzolina le ascolti”.

Lo scandalo della disattenzione sulla scuola sembra non avere limite. Oggi la ministra ha fatto avere la sua proposta di linee guida a Regioni e sindacati da cui emergono solo due cose chiaramente, entrambe preoccupanti.

La prima è che, in nome dell’autonomia scolastica, che viene comoda quando dal centro non ci si vuole assumere responsabilità, viene delegato totalmente alle singole scuole come “garantire il ritorno alla didattica in presenza”: turni, divisione delle classi in più gruppi, riaggregazione di gruppi di alunni di classi diverse e anche di anni diversi, didattica mista, un po’ in presenza e un po’ a distanza, aggregazione di diverse discipline in ambiti più grandi, possibilità di usare anche i sabati per i turni. Tutto dipenderà dalle scelte, e dalle possibilità, delle single scuole, senza che siano indicati né condizioni minime, né risorse aggiuntive disponibili, con buona pace dei diritti educativi dei bambini e ragazzi e del diritto dei genitori, specie dei più piccoli, di sapere con ragionevole anticipo come sarà organizzata la giornata e la settimana dei loro figli.
La seconda cosa che emerge da queste “linee guida” è che la Ministra apparentemente non si rende conto che sia i turni, sia la didattica mista, richiedono di aumentare i docenti, perché non si può chiedere agli insegnanti semplicemente di sdoppiarsi, per fare a un gruppo la didattica in presenza e all’altro quella a distanza, o il turno mattutino e poi quello pomeridiano. Al contrario, nelle linee guida è scritto chiaramente che il miliardo a disposizione per il personale dovrà essere dedicato preferibilmente all’assunzione di bidelli e assistenti. Che la Ministra intenda il problema della scuola in epoca Covid 19 come una questione prevalentemente di spazi e sorveglianza emerge anche dalla sua interpretazione delle proposte di attivazione delle risorse educative delle comunità locali, avanzate sia dall’associazionismo civile sia dallo stesso Comitato consultivo da lei insediato ma, evidentemente, non ascoltato.
Nelle linee guida si interpreta l’idea di “patto educativo di comunità” come possibilità sia di usare spazi messi a disposizione della comunità locale sia  di utilizzare chi già faceva attività integrative nelle scuole in  «attività di sorveglianza e vigilanza degli alunni».  Assente del tutto è l’idea di una organizzazione complessiva della didattica che si apra alla comunità locale, a competenze e attività esterne organizzate in modo non estemporaneo – l’unico modo che potrebbe consentire una effettiva attività educativa in presenza, arricchendola. Infine, nelle linee guida non si fa menzione dei nidi e servizi educativi per la primissima infanzia,  un settore che la Ministra ha ignorato sistematicamente fin dall’inizio, delegandolo di fatto alla Ministra della famiglia, dimenticando che dal 2017 i servizi per la primissima infanzia fanno parte a pieno titolo dei servizi educativi, quindi sono responsabilità del suo ministero.  

Questa sciatteria e mancanza di rispetto per i nostri figli, per le giovani generazioni, sono davvero intollerabili.

Nel nome dei ragazzi. Appello al premier per la scuola dimenticata

di Chiara Saraceno

Nove reti e alleanze che comprendono oltre un centinaio di realtà del terzo settore, dell’associazionismo e del sindacato hanno preparato un documento per chiedere a Conte un incontro

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Si parla tanto di futuro, di ripresa, dell’Italia che verrà, ma i bambini e bambine, le e gli adolescenti, i giovani che si affacciano ora nel mercato del lavoro continuano a essere del tutto marginali, nel migliore dei casi, nell’agenda politica. Di fatto largamente ignorati nel lungo lock down, continuano a essere pressoché assenti dai temi affrontati dagli Stati generali dell’economia. Come se si potesse programmare il futuro senza tener conto dei loro bisogni, diritti, desideri, ignorare il modo in cui le conseguenze della pandemia, a partire dalla chiusura delle scuole, stanno incidendo sulle loro opportunità, sul loro grado di fiducia in un sistema che li ignora mentre li sovraccarica del peso di un debito pubblico sempre più enorme e allarga le disuguaglianze. Basti pensare che nel 2019, anche se per la prima volta dal balzo in alto avvenuto nel 2009 la povertà assoluta era diminuita, essa riguardava un milione e 137 mila (l’11,4%) minorenni. Si stima che questa cifra in questi mesi sia tornata ad aumentare in modo notevole, con conseguenze per la salute, le possibilità di apprendimento e di sviluppo.

Per contrastare l’inaccettabile marginalità, se non disattenzione, del governo ma anche dell’opinione pubblica per il benessere dei più piccoli e più giovani, nove reti e alleanze che comprendono oltre un centinaio di realtà di terzo settore, dell’associazionismo civile e del sindacato, radicate ed impegnate nel mondo della scuola, negli interventi in favore dell’infanzia e dell’adolescenza, hanno deciso di preparare insieme un documento in base al quale chiedere, con una lettera aperta, un incontro a Conte.

Guarda il Webinar EducAzioni – i 5 passi – 17 giugno 2020

Discusso ieri in un webinar che è stato seguito da qualche migliaio di persone, il documento chiede un investimento serio nell’educazione e benessere dei bambini e adolescenti, che corregga gli squilibri.

A questo scopo propone che il 15% delle risorse destinate alla ripresa sia destinato a interventi per migliorare le dotazioni scolastiche e la qualità dell’istruzione e a contrastare la povertà educativa e che venga definito in tempi un piano strategico nazionale sull’infanzia e sull’adolescenza non settoriale ma integrato, con obiettivi chiari e sistemi di monitoraggio. A queste due richieste se ne collegano altre tre. Una riguarda l’attivazione, a partire dai territori più svantaggiati, dei Poli educativi 0-6 anni, sotto il coordinamento del Ministero dell’Istruzione, previsti dal decreto legislativo 65/20i7 e mai attuati né finanziati , con garanzia di accesso gratuito per le famiglie in difficoltà economica. I servizi che essi dovrebbero coordinare vanno intesi non solo come strumenti di conciliazione famiglia-lavoro, che pure andrebbero rafforzati, ma anche se non soprattutto come risorse educative per tutti i bambini e bambine e come sostegno ai genitori nella loro responsabilità educativa, a prescindere dallo status occupazionale.
Attualmente la scarsità dell’offerta nella fascia 0-3 si traduce in un forte sotto-utilizzo da parte dei ceti più poveri e dei bimbi i cui genitori sono sotto-occupati e a bassa istruzione. Una seconda richiesta, di assoluta urgenza, riguarda l’attivazione di iniziative educative di sostegno ad ampio raggio che raggiungano da subito, senza aspettare settembre, i bambini e ragazzi più colpiti dal black out educativo e da proseguire alla ripresa delle scuole, per contrastare la dispersione scolastica e restituire la fiducia.

Infine, le nove reti segnalano la necessità di costruire patti educativi territoriali per coordinare l’offerta educativa curriculare con quella extracurriculare, mantenendo le scuole aperte tutto il giorno. Non si tratta solo di fare un inventario degli spazi disponibili per moltiplicare le aule, e neppure, come per il passato, di attivare progetti più o meno estemporanei. Piuttosto di costruire un modello cooperativo, valido anche per il futuro, di corresponsabilizzazione di tutti i soggetti interessati all’educazione, incluse le famiglie e i ragazzi stessi, che finora sono stati considerati solo come terminali passivi di decisioni altrui.

È sperabile che il presidente Conte, dopo aver ascoltato le categorie e gli esperti più vari, ed essersi (auto)congratulato per il ritorno a scuola degli studenti per un esame di maturità dimezzato (a differenza dei loro coetanei europei che invece sono tutti tornati regolarmente a scuola normalmente), ascolti anche chi rappresenta le migliaia di educatori, insegnanti, operatori sociali ricercatori che lavorano con e per i bambini, bambine, adolescenti e le loro famiglie.

Leggi l’articolo su REP:

Quei bambini senza posto nell’agenda del governo

di Chiara Saraceno

Articolo pubblicato il 26 aprile 2020 su REP: di Repubblica

Scuole chiuse: il bonus baby sitter e i congedi per i genitori non rispondono ai bisogni educativi e di socialità. Serve una “estate ragazzi diffusa”

I bisogni di socialità e il diritto a ricevere un’istruzione adeguata dei bambini e ragazzi continuano a rimanere assenti dall’agenda politica e dai piani di riapertura. Nell’intervista a questo giornale Conte ha assicurato che la scuola riaprirà a settembre, anche se in tempi e modi ancora tutti da definire e senza chiarire se la cosa riguarderà anche il sistema educativo per la fascia di età 0-6 anni, nidi e scuole dell’infanzia, per la quale anzi si minaccia la possibile posticipazione di un anno.
Sembra che non ci sia consapevolezza, tanto meno preoccupazione, per l’impoverimento di opportunità educative e di sviluppo che questa clausura forzata sta provocando sui bambini e ragazzi. I bambini e ragazzi per crescere hanno bisogno anche di esperienze e relazioni fuori dalla famiglia. Esperienze che un’ampia letteratura internazionale ha documentato essere cruciali già dalla più tenera età e che non possono essere surrogate neppure dai genitori più amorosi e competenti.
Lo ha riconosciuto finalmente anche il legislatore italiano quando, nel 2017, ha inserito a pieno titolo i servizi educativi per la fascia 0-6 nel sistema istruzione. Una chiusura così prolungata di tutti gli spazi educativi e di socialità rischia di essere pagata a caro prezzo dai bambini e ragazzi in generale, ma soprattutto da quelli in condizione di svantaggio economico e sociale, o di grave disagio familiare.
Questi, infatti, non solo hanno potuto fruire della didattica a distanza con molta più difficoltà dei loro coetanei più fortunati, per scarsità o assenza di strumenti adeguati, condizioni abitative spesso sovraffollate, limitate competenze dei genitori, accumulando perciò svantaggi nei processi di apprendimento. Sono perciò coloro che hanno più bisogno di trovare occasioni extrafamiliari che stimolino le loro capacità in contesti sicuri dal punto di vista sia sanitario sia ambientale.
A questi bisogni non ci si può limitare a rispondere, come ci si appresta a fare, prolungando il bonus baby sitter e la possibilità di fruire di un congedo genitoriale straordinario, due misure per altro limitate ai soli casi in cui entrambi i genitori, o l’unico presente, lavori fuori casa.
Queste due misure, infatti, non solo non sono sufficienti a coprire i lunghi mesi da qui a (forse) settembre. Non rispondono neppure ai bisogni educativi e di socialità dei bambini e ragazzi. Occorre invece pensare a organizzare, per i mesi da qui alla ripresa di settembre, e in preparazione di quella, attività per piccoli gruppi, utilizzando una molteplicità di spazi –  alcune aule e cortili delle scuole e dei nidi, palestre, parchi attrezzati, oratori , case di quartiere, ludoteche  – ove piccoli gruppi possano incontrarsi in sicurezza insieme ad educatori: una sorta di “estate ragazzi” diffusa, fatta di micromunità circoscritte e monitorate. Anche per i più piccoli, che è vero che non possono mettere le mascherine, gattonano e si mettono tutto in bocca, ma sembra assodato che non si infettano tra loro.
Se in Francia, Spagna, Danimarca, Germania, si stanno attrezzando in questo senso, perché non in Italia?

Le famiglie verso la “fase 2”: ma a pagare sono le mamme

di Chiara Saraceno

Articolo pubblicato il 18 Aprile 2020 su REP: di Repubblica

Si sta ragionando su come riavviare le attività produttive. Tutto giusto. Peccato che in questa riflessione manchi un pezzo importante: l’organizzazione quotidiana di chi andrà a lavorare avendo figli minorenni

Si sta ragionando su come riavviare le attività produttive, individuando tutti i passaggi e le condizioni necessarie perché ciò avvenga in sicurezza: da una dotazione sufficiente di mascherine e disinfettante, alla possibilità di distanziamento fisico, a modalità di trasporto sicuro dal punto di vista della protezione sanitaria. Tutto molto giusto. Peccato che in questa riflessione manchi un pezzo importante: l’organizzazione famigliare di chi andrà a lavorare avendo figli minorenni.
È come se chi sta preparando la riapertura delle attività produttive avesse in mente una composizione della forza lavoro fatta solo, o prevalentemente, di persone vuoi senza responsabilità familiari, vuoi di uomini che possono delegare l’organizzazione della famiglia e la cura dei figli alla moglie o compagna. Come se fossimo ancora negli anni Cinquanta del secolo scorso, quando, per un breve periodo, divenne maggioritario il modello familiare, e del mercato del lavoro, imperniato sull’uomo procacciatore di reddito e donna addetta al lavoro domestico e alla cura.

Ma non è più così da tempo, neppure in Italia dove pure l’occupazione femminile continua ad essere comparativamente bassa. Nelle famiglie con figli solo un terzo corrisponde a questo modello. Negli altri due terzi o entrambi i partner sono occupati. E ci sono le famiglie in cui sempre più spesso la lavoratrice è anche l’unico genitore presente.
Come stanno denunciando i molti appelli al governo di gruppi di genitori che circolano in questi giorni, la progressiva riapertura delle attività produttive non può prescindere dalla contestuale messa a punto delle condizioni che garantiscano ai lavoratori e alle lavoratrici che hanno figli minorenni di poter far fronte ai bisogni di cura, relazione, educazione di questi. Con l’avvertenza aggiuntiva che sono le mamme lavoratrici a rischiare di più.
A fronte, infatti, della mancanza di soluzioni adeguate, i differenziali salariali tra uomini e donne, la persistente divisione asimmetrica del lavoro familiare, unita a modelli di genere ancora troppo rigidi, saranno queste a dover gettare la spugna, a rinunciare al lavoro, o ad essere considerate poco affidabili dai datori di lavoro.
Dopo 50 giorni di chiusura delle scuole e dei nidi, molte che non hanno potuto lavorare da casa hanno ormai esaurito ferie, congedi parentali, permessi retribuiti e guardano ai lunghi mesi da qui a settembre – senza scuole e campi estivi e altre attività organizzate, e senza potersi rivolgere ai nonni – con preoccupazione.
Per altro, anche chi sta lavorando da casa in una condizione di richiesta di presenza totalizzante 24 ore su 24, tra lavoro a distanza, accompagnamento e integrazione della didattica on line, organizzazione delle attività di bambini e ragazzi ormai sull’orlo di una crisi di nervi, spesso in spazi ridotti e con strumenti insufficienti, comincia a considerare che questa modalità di lavoro, in queste condizioni, è lungi dall’essere uno strumento di conciliazione delle responsabilità familiari e lavorative. Rischia piuttosto di essere una trappola senza uscita.

Il rinnovo del congedo genitoriale straordinario per altri 15 giorni, magari con un incentivo (altri 10 giorni?) se ciascun genitore ne prende una parte, la possibilità di andare in part time straordinario possono sicuramente aiutare. Ma, oltre a rischiare di essere fruiti solo dalle donne, ad implicare una perdita di reddito e a non rispondere alle necessità dei lavoratori autonomi, liberi professionisti e simili, non bastano a coprire l’intero periodo da qui a settembre. Non possono neppure soddisfare la necessità di bambini e ragazzi di tornare anche loro ad una vita non da reclusi e non limitata esclusivamente alle relazioni familiari strette.
Devono perciò essere messe a punto anche altre misure di “fase 2” per famiglie e bambini e ragazzi.
Vanno individuate subito regole e strumenti che consentano, con la collaborazione del Terzo settore e delle associazioni di società civile, oltre che delle scuole e dei nidi, di organizzare le attività – ludiche, sportive, educative – dei bambini e ragazzi fuori casa e senza i genitori, per piccoli gruppi, possibilmente all’aperto, con le mascherine e il distanziamento fisico necessario, almeno per qualche ora al giorno. E nel frattempo lavorare perché scuole e servizi educativi riaprano in condizioni di sicurezza a settembre, senza ritardi, anche se con modalità parzialmente diverse da prima.

Scuola e politiche per l’infanzia alla prova dell’emergenza

Un articolo di Chiara Saraceno
su Lavoce.info del 10 aprile 2020

La pandemia è un vero stress test anche per il sistema scolastico e la sua capacità di essere davvero inclusivo. Un test che sta mostrando le debolezze di una società che non è capace di investire nei più piccoli e nelle nuove generazioni. E di una scuola impreparata.

Si fa presto a dire “didattica on line”

Proprio mentre la chiusura delle scuole e dei servizi educativi per l’infanzia sta stravolgendo la vita e le opportunità dei bambini e ragazzi, questi sembrano spariti dal radar della, già tradizionalmente scarsa, attenzione politica. Dal ministero dell’Istruzione arrivano solo apparentemente rassicuranti indicazioni che “non verrà bocciato nessuno”, e che la didattica on line sarà obbligatoria sia per i docenti che gli studenti, senza che ci si ponga il problema non solo della qualità minima che deve avere questa didattica, ma anche dei diversi e disuguali strumenti e competenze che i docenti e gli studenti hanno per accedervi. Non viene neppure nominata la questione di chi, spesso già in condizione di svantaggio nel contesto “normale”, non ha avuto accesso, o comunque non ha potuto fruire pienamente della didattica on line. Secondo i dati dello stesso ministero, il 6 per cento di tutti gli studenti non accede a nessun tipo di didattica on line, perché non offerta dagli insegnanti o perché non arriva la linea. Anche tra chi vive in zone servite da internet molti non possono davvero fruirne, perché in casa l’unico modo di accedere a internet è uno smartphone, che spesso deve essere usato da più persone… [continua].