I nostri giovani senza un futuro

di Chiara Saraceno, La Stampa 15 luglio 2020

Il calo demografico, di cui ha scritto anche Sabbadini ieri su questo giornale, non sarebbe un problema, se si trattasse solo di una riduzione numerica della popolazione. 

Potrebbe persino sembrare un segnale positivo a chi pensa che siamo già in troppi. Il problema è che questo calo è dovuto alla combinazione di tre fenomeni che insieme riducono la capacità di ricambio generazionale nel nostro Paese… continua su LaStampa.it

L’Italia intrappolata nella crisi demografica, l’emergenza è la natalità

di Alessandro Rosina, 13 luglio 2020

Record minimo storico di nascite dall’Unità d’Italia: meno 4,5% rispetto al 2018. La crisi nel lavoro frena la scelta di avere un figlio

L’Italia si trova intrappolata da lungo tempo in una profonda crisi, più insidiosa di qualsiasi recessione economica o altro tipo di emergenza. Si tratta della crisi demografica. I dati sul bilancio demografico nazionale, appena pubblicati dall’Istat, certificano che nel 2019 le nascite sono precipitate a 420 mila. La pandemia provocata da Covid-19 si annuncia avere conseguenze particolarmente pesanti sulla natalità del 2020 e del 2021, avendo frenato in larga parte… continua su Repubblica.it

Se allo Stato la scuola non importa

di Chiara Saraceno

La Stampa 9 luglio 2020

Contrordine.  Dopo promesse e impegni solenni anche da parte del presidente Conte di evitare che il già tormentato inizio della scuola a settembre sia ulteriormente complicato, nelle regioni coinvolte, dall’interruzione elettorale, il Viminale ha gettato la spugna. Non si può. Perché nelle caserme la legge lo vieta, a meno che non siano dismesse. E le Poste hanno detto di no all’interruzione del servizio per i giorni necessari. Ed anche se i comuni trovassero altri luoghi, il costo dell’adattamento e della informazione agli elettori sul cambio della sede della loro circoscrizione elettorale sarebbe troppo oneroso. Si è riusciti a chiudere un intero paese per mesi, e da un giorno all’altro, ma collocare i seggi elettorali in luoghi diversi dalle scuole sembra un compito impossibile.

Come da copione, i diritti della scuola, delle bambine/i e ragazzi/e vengono per ultimi. L’interruzione di pubblico servizio è una motivazione legittima per il diniego delle poste a concedere i propri uffici, ma non lo è per la scuola, evidentemente, nonostante l’enorme debito che ha maturato in questi mesi nei confronti dei suoi studenti. E mentre c’è la rincorsa a modificare le regole per facilitare la ripresa dell’economia, le uniche regole intoccabili sembrano essere quelle che scaricano sulla scuola esigenze che non fanno parte del suo mandato. Non si capisce perché, visti i tanti provvedimenti d’urgenza, non si possano modificare anche  le norme sui luoghi  in cui collocare i seggi elettorali. Così come non si capisce perché non sia possibile affrontare l’eventuale costo di un adattamento a seggi elettorali di spazi alternativi per rispettare la priorità del dovere della scuola rispetto ai suoi studenti. Quanto alla necessità di informare gli elettori sul cambio di indirizzo della sede elettorale, non mi sembra davvero una questione particolarmente insormontabile. Non occorre cambiare le schede elettorali, basta mandare una lettera che l’elettore/elettrice porterà con sé quando andrà a votare. 

Insomma, tutte queste difficoltà sono insormontabili solo perché si tiene ferma la funzione ancillare della scuola rispetto ad esigenze altre e si mettono sistematicamente in secondo piano i diritti educativi dei ragazzi/e.

Ciò avviene troppo spesso, ma è intollerabile in modo particolare quest’anno, dopo la lunga interruzione della didattica in presenza e la perdurante incertezza su come avverrà la ripresa. Proprio in questi giorni sono usciti i dati AGCOM sulla percentuale di studenti di ogni ordine e grado che o non hanno avuto nessuna didattica a distanza (10%) o la hanno avuta solo in modo sporadico (20%) per motivi legati alla difficoltà di connessione, o alla mancanza di strumenti e spazio adeguati.

Tutti i dati disponibili, provenienti da più osservatori sul territorio, segnalano come in questi mesi siano aumentate le già troppo elevate povertà educativa e dispersione scolastica. Lo ha denunciato anche il documento EducAzioni  di nove reti di oltre 400  associazioni della società civile e dei sindacati pubblicato quindici giorni fa, che è stato oggetto di un incontro con il Presidente Conte e le ministre Azzolina e Bonetti questo lunedì. 

Per contrastare questi fenomeni è importante, come si è iniziato a fare, mettere a disposizione risorse per garantire a tutti la dotazione necessaria di strumenti. Ma occorre anche dare un segno visibile della centralità della scuola e dei diritti degli studenti, della loro non sacrificabilità ad altre priorità. Si sta già facendo troppo poco per compensare il debito che la scuola ha contratto con i suoi studenti in questi mesi.

Aspettare settembre per molti di loro potrebbe essere troppo tardi. Interrompere a scuola appena iniziata, o ritardarne l’inizio a dopo le elezioni, come stanno decidendo alcune regioni, sarebbe l’ennesimo messaggio negativo sulla secondarietà, se non marginalità, della scuola e dei diritti degli studenti, che getta una pesante ombra sulle affermazioni circa la loro centralità per la ripresa. 

Prima le donne e i bambini: la ricetta degli esperti per la ripresa del Paese

Intervista ad Alessandro Rosina

su QuiMamme.it

Il 6 luglio, il Presidente del Consiglio, le Ministre dell’Istruzione, della Famiglia e delle Pari Opportunità e il vice Ministro dello Sviluppo Economico hanno ricevuto una delegazione di rappresentanti di nove reti impegnate nei settori del welfare e dell’educazione, per discutere provvedimenti concreti a favore delle famiglie e delle nuove generazioni come base per il rilancio del Paese dopo l’emergenza Coronavirus e la crisi economica

I Ministri hanno invitato gli esperti delle reti a partecipare alla stesura del programma per utilizzare il fondo per la ripresa a disposizione delle nazioni europee, il Next Generation EU. “Speriamo che alle buone intenzioni manifestate seguano i fatti. Ci vuole un deciso cambio di passo rispetto alle politiche degli ultimi anni per favorire l’occupazione femminile, combattere la povertà materiale e culturale dei bambini e risollevare la natalità in Italia”, dice Alessandro Rosina, professore ordinario di Demografia e Statistica Sociale dell’Università Cattolica di Milano, tra i fondatori di Alleanza per l’Infanzia, una delle reti che hanno preso parte all’incontro. Insomma, è importante ripartire da famiglie, donne e bambini.

Proposte mirate

“Abbiamo sintetizzato in cinque punti i provvedimenti che a nostro parere sono critici per porre rimedio a una lunga stagione di trascuratezza su questi temi”, spiega Rosina. Ecco quali sono.

  1. Attivazione, a partire dai territori più svantaggiati, dei Poli educativi 0-6 anni, sotto il coordinamento del Ministero dell’Istruzione, con garanzia di accesso gratuito per le famiglie in difficoltà economica;
  2. costruzione di patti educativi territoriali per coordinare l’offerta educativa curriculare con quella extracurriculare, mantenendo le scuole aperte tutto il giorno, coordinati e promossi dagli enti locali, in collaborazione con le scuole e il civismo attivo;
  3. possibilità di raggiungere i più colpiti dal black out educativo a partire dall’estate, con una offerta educativa personalizzata, da proseguire alla ripresa delle scuole, con un’attenzione speciale al benessere psicologico, alle necessità degli alunni disabili e agli adolescenti usciti dal circuito scolastico;
  4. allocazione del 15% del totale degli investimenti per il superamento della crisi in educazione per dotare le scuole delle risorse necessarie, migliorare la qualità dell’istruzione rendendola più equa e incisiva, contrastare la povertà educativa e la dispersione;
  5.  definizione di un piano strategico nazionale sull’infanzia e sull’adolescenza, con obiettivi chiari e sistemi di monitoraggio, per promuovere il rilancio diffuso delle infrastrutture sociali ed educative.

L’impatto della crisi su famiglie, donne e bambini

Perché è tanto importante ripartire da famiglie, donne e bambini? I primi due mesi di isolamento, marzo e aprile, sono costati cari all’economia e alla società italiana: 450 mila occupati in meno, secondo i dati pubblicati nel Rapporto Istat 2020. Per lo più si è trattato di giovani e donne che, bloccati a casa dal lockdown, hanno perso il lavoro e non hanno avuto la possibilità di cercarne uno nuovo.

“L’emergenza non ha fatto altro che acuire un problema strutturale che esisteva da anni, una disuguaglianza di vecchia data”, osserva Alessandro Rosina. “La crisi ha penalizzato le situazioni professionali più vulnerabili: le occupazioni precarie, con contratti a termine, quelle part time, il lavoro irregolare. In tempi di ristrettezze, sono  i primi posti che saltano. E oggi, in Italia, in questa posizione si trovano principalmente i giovani e le donne, quindi soprattutto le giovani donne”.

Sulle spalle delle donne

I dati dell’Istat lo confermano: l’occupazione femminile nel nostro Paese è in assoluto più bassa rispetto a quella maschile ed è anche di qualità inferiore, con un alto tasso di irregolarità e di instabilità. Per quale ragione?

“Perché per motivi culturali, si pensa che spetti alla donna più che all’uomo la cura della casa e della famiglia”, risponde Rosina. “Quando occorre fare delle rinunce per conciliare lavoro e impegni familiari, ci si aspetta che sia la donna a farle”.

Anche su questo punto, i dati del Rapporto Istat parlano chiaro: il 42,6% delle donne con figli di età compresa tra 0 e 5 anni modifica gli orari e le condizioni di lavoro per conciliarli con la cura della famiglia, contro il 12,6% dei padri di bambini nella stessa fascia di età.

“Durante la quarantena, il carico di lavoro delle donne si è aggravato, con i figli a casa da scuola e dall’asilo, l’impossibilità di fare affidamento sull’aiuto dei familiari, la necessità di assistere i bambini nei compiti”, osserva l’esperto. “Anche in questo caso, l’impegno è gravato soprattutto sulle madri, che hanno avuto meno tempo per lavorare, anche da casa, e in tante hanno dovuto rinunciare del tutto al loro impiego”.

Troppo pochi i servizi per l’infanzia

Oltre a sostenere un profondo cambiamento culturale nei ruoli delle madri e dei padri nella gestione della famiglia, per risolvere il problema occorrono maggiori investimenti nel campo dei servizi per l’infanzia e per le famiglie, soprattutto nelle Regioni del Sud e soprattutto a vantaggio delle fasce di popolazione economicamente più deboli. 

Nel Sud Italia, meno del 15% dei bambini da 0 a 3 anni ha accesso al nido o ad altre strutture educative. Solo cinque Regioni hanno raggiunto l’obiettivo europeo di offrire posti al nido al 33% dei bambini e sono tutte al Centro-Nord. In tutto il Paese accede al nido il 13% dei bimbi appartenente alla fascia economicamente più svantaggiata, contro il 31,2% della fascia più avvantaggiata.

Contrastare la povertà educativa

“Bisogna aprire più nidi, che siano di qualità e accessibili gratuitamente alle famiglie in difficoltà economica”, dice Rosina. “In questo modo le madri non saranno costrette a rinunciare al lavoro o a intraprendere percorsi professionali marginali e precari. L’economia del Paese ha bisogno del lavoro delle donne. E c’è di più: i servizi per l’infanzia non sono parcheggi per tenere buoni i bambini e liberare le madri, sono preziosi presidi socio-educativi per i più piccoli, a contrasto della povertà educativa e della povertà infantile, per il bene delle nuove generazioni che saranno i cittadini di domani”.

In queste condizioni non stupisce che le coppie in Italia facciano sempre meno figli, nonostante i dati dell’Istat ci dicono che il 46% ne vorrebbe almeno due e il 21,9% tre o più. Anche la denatalità si è acuita a causa dell’emergenza Coronavirus: secondo le stime dell’ente, tra il 2020 e il 2021 nasceranno 10 mila bambini in meno, a meno di non attuare in tempi rapidi provvedimenti adeguati. Ecco perché è così importante ripartire da famiglie, donne e bambini.

Maria Cristina Valsecchi

La ministra dell'Istruzione Lucia Azzolina

La ministra della sciatteria

di Chiara Saraceno

Repubblica 24 giugno 2020

Leggi, sempre su Repubblica, anche l’articolo “La scuola ha bisogno di proposte, la ministra Azzolina le ascolti”.

Lo scandalo della disattenzione sulla scuola sembra non avere limite. Oggi la ministra ha fatto avere la sua proposta di linee guida a Regioni e sindacati da cui emergono solo due cose chiaramente, entrambe preoccupanti.

La prima è che, in nome dell’autonomia scolastica, che viene comoda quando dal centro non ci si vuole assumere responsabilità, viene delegato totalmente alle singole scuole come “garantire il ritorno alla didattica in presenza”: turni, divisione delle classi in più gruppi, riaggregazione di gruppi di alunni di classi diverse e anche di anni diversi, didattica mista, un po’ in presenza e un po’ a distanza, aggregazione di diverse discipline in ambiti più grandi, possibilità di usare anche i sabati per i turni. Tutto dipenderà dalle scelte, e dalle possibilità, delle single scuole, senza che siano indicati né condizioni minime, né risorse aggiuntive disponibili, con buona pace dei diritti educativi dei bambini e ragazzi e del diritto dei genitori, specie dei più piccoli, di sapere con ragionevole anticipo come sarà organizzata la giornata e la settimana dei loro figli.
La seconda cosa che emerge da queste “linee guida” è che la Ministra apparentemente non si rende conto che sia i turni, sia la didattica mista, richiedono di aumentare i docenti, perché non si può chiedere agli insegnanti semplicemente di sdoppiarsi, per fare a un gruppo la didattica in presenza e all’altro quella a distanza, o il turno mattutino e poi quello pomeridiano. Al contrario, nelle linee guida è scritto chiaramente che il miliardo a disposizione per il personale dovrà essere dedicato preferibilmente all’assunzione di bidelli e assistenti. Che la Ministra intenda il problema della scuola in epoca Covid 19 come una questione prevalentemente di spazi e sorveglianza emerge anche dalla sua interpretazione delle proposte di attivazione delle risorse educative delle comunità locali, avanzate sia dall’associazionismo civile sia dallo stesso Comitato consultivo da lei insediato ma, evidentemente, non ascoltato.
Nelle linee guida si interpreta l’idea di “patto educativo di comunità” come possibilità sia di usare spazi messi a disposizione della comunità locale sia  di utilizzare chi già faceva attività integrative nelle scuole in  «attività di sorveglianza e vigilanza degli alunni».  Assente del tutto è l’idea di una organizzazione complessiva della didattica che si apra alla comunità locale, a competenze e attività esterne organizzate in modo non estemporaneo – l’unico modo che potrebbe consentire una effettiva attività educativa in presenza, arricchendola. Infine, nelle linee guida non si fa menzione dei nidi e servizi educativi per la primissima infanzia,  un settore che la Ministra ha ignorato sistematicamente fin dall’inizio, delegandolo di fatto alla Ministra della famiglia, dimenticando che dal 2017 i servizi per la primissima infanzia fanno parte a pieno titolo dei servizi educativi, quindi sono responsabilità del suo ministero.  

Questa sciatteria e mancanza di rispetto per i nostri figli, per le giovani generazioni, sono davvero intollerabili.