Prima le donne e i bambini: la ricetta degli esperti per la ripresa del Paese

Intervista ad Alessandro Rosina

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Il 6 luglio, il Presidente del Consiglio, le Ministre dell’Istruzione, della Famiglia e delle Pari Opportunità e il vice Ministro dello Sviluppo Economico hanno ricevuto una delegazione di rappresentanti di nove reti impegnate nei settori del welfare e dell’educazione, per discutere provvedimenti concreti a favore delle famiglie e delle nuove generazioni come base per il rilancio del Paese dopo l’emergenza Coronavirus e la crisi economica

I Ministri hanno invitato gli esperti delle reti a partecipare alla stesura del programma per utilizzare il fondo per la ripresa a disposizione delle nazioni europee, il Next Generation EU. “Speriamo che alle buone intenzioni manifestate seguano i fatti. Ci vuole un deciso cambio di passo rispetto alle politiche degli ultimi anni per favorire l’occupazione femminile, combattere la povertà materiale e culturale dei bambini e risollevare la natalità in Italia”, dice Alessandro Rosina, professore ordinario di Demografia e Statistica Sociale dell’Università Cattolica di Milano, tra i fondatori di Alleanza per l’Infanzia, una delle reti che hanno preso parte all’incontro. Insomma, è importante ripartire da famiglie, donne e bambini.

Proposte mirate

“Abbiamo sintetizzato in cinque punti i provvedimenti che a nostro parere sono critici per porre rimedio a una lunga stagione di trascuratezza su questi temi”, spiega Rosina. Ecco quali sono.

  1. Attivazione, a partire dai territori più svantaggiati, dei Poli educativi 0-6 anni, sotto il coordinamento del Ministero dell’Istruzione, con garanzia di accesso gratuito per le famiglie in difficoltà economica;
  2. costruzione di patti educativi territoriali per coordinare l’offerta educativa curriculare con quella extracurriculare, mantenendo le scuole aperte tutto il giorno, coordinati e promossi dagli enti locali, in collaborazione con le scuole e il civismo attivo;
  3. possibilità di raggiungere i più colpiti dal black out educativo a partire dall’estate, con una offerta educativa personalizzata, da proseguire alla ripresa delle scuole, con un’attenzione speciale al benessere psicologico, alle necessità degli alunni disabili e agli adolescenti usciti dal circuito scolastico;
  4. allocazione del 15% del totale degli investimenti per il superamento della crisi in educazione per dotare le scuole delle risorse necessarie, migliorare la qualità dell’istruzione rendendola più equa e incisiva, contrastare la povertà educativa e la dispersione;
  5.  definizione di un piano strategico nazionale sull’infanzia e sull’adolescenza, con obiettivi chiari e sistemi di monitoraggio, per promuovere il rilancio diffuso delle infrastrutture sociali ed educative.

L’impatto della crisi su famiglie, donne e bambini

Perché è tanto importante ripartire da famiglie, donne e bambini? I primi due mesi di isolamento, marzo e aprile, sono costati cari all’economia e alla società italiana: 450 mila occupati in meno, secondo i dati pubblicati nel Rapporto Istat 2020. Per lo più si è trattato di giovani e donne che, bloccati a casa dal lockdown, hanno perso il lavoro e non hanno avuto la possibilità di cercarne uno nuovo.

“L’emergenza non ha fatto altro che acuire un problema strutturale che esisteva da anni, una disuguaglianza di vecchia data”, osserva Alessandro Rosina. “La crisi ha penalizzato le situazioni professionali più vulnerabili: le occupazioni precarie, con contratti a termine, quelle part time, il lavoro irregolare. In tempi di ristrettezze, sono  i primi posti che saltano. E oggi, in Italia, in questa posizione si trovano principalmente i giovani e le donne, quindi soprattutto le giovani donne”.

Sulle spalle delle donne

I dati dell’Istat lo confermano: l’occupazione femminile nel nostro Paese è in assoluto più bassa rispetto a quella maschile ed è anche di qualità inferiore, con un alto tasso di irregolarità e di instabilità. Per quale ragione?

“Perché per motivi culturali, si pensa che spetti alla donna più che all’uomo la cura della casa e della famiglia”, risponde Rosina. “Quando occorre fare delle rinunce per conciliare lavoro e impegni familiari, ci si aspetta che sia la donna a farle”.

Anche su questo punto, i dati del Rapporto Istat parlano chiaro: il 42,6% delle donne con figli di età compresa tra 0 e 5 anni modifica gli orari e le condizioni di lavoro per conciliarli con la cura della famiglia, contro il 12,6% dei padri di bambini nella stessa fascia di età.

“Durante la quarantena, il carico di lavoro delle donne si è aggravato, con i figli a casa da scuola e dall’asilo, l’impossibilità di fare affidamento sull’aiuto dei familiari, la necessità di assistere i bambini nei compiti”, osserva l’esperto. “Anche in questo caso, l’impegno è gravato soprattutto sulle madri, che hanno avuto meno tempo per lavorare, anche da casa, e in tante hanno dovuto rinunciare del tutto al loro impiego”.

Troppo pochi i servizi per l’infanzia

Oltre a sostenere un profondo cambiamento culturale nei ruoli delle madri e dei padri nella gestione della famiglia, per risolvere il problema occorrono maggiori investimenti nel campo dei servizi per l’infanzia e per le famiglie, soprattutto nelle Regioni del Sud e soprattutto a vantaggio delle fasce di popolazione economicamente più deboli. 

Nel Sud Italia, meno del 15% dei bambini da 0 a 3 anni ha accesso al nido o ad altre strutture educative. Solo cinque Regioni hanno raggiunto l’obiettivo europeo di offrire posti al nido al 33% dei bambini e sono tutte al Centro-Nord. In tutto il Paese accede al nido il 13% dei bimbi appartenente alla fascia economicamente più svantaggiata, contro il 31,2% della fascia più avvantaggiata.

Contrastare la povertà educativa

“Bisogna aprire più nidi, che siano di qualità e accessibili gratuitamente alle famiglie in difficoltà economica”, dice Rosina. “In questo modo le madri non saranno costrette a rinunciare al lavoro o a intraprendere percorsi professionali marginali e precari. L’economia del Paese ha bisogno del lavoro delle donne. E c’è di più: i servizi per l’infanzia non sono parcheggi per tenere buoni i bambini e liberare le madri, sono preziosi presidi socio-educativi per i più piccoli, a contrasto della povertà educativa e della povertà infantile, per il bene delle nuove generazioni che saranno i cittadini di domani”.

In queste condizioni non stupisce che le coppie in Italia facciano sempre meno figli, nonostante i dati dell’Istat ci dicono che il 46% ne vorrebbe almeno due e il 21,9% tre o più. Anche la denatalità si è acuita a causa dell’emergenza Coronavirus: secondo le stime dell’ente, tra il 2020 e il 2021 nasceranno 10 mila bambini in meno, a meno di non attuare in tempi rapidi provvedimenti adeguati. Ecco perché è così importante ripartire da famiglie, donne e bambini.

Maria Cristina Valsecchi

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